Memoir, COS’È ?

SCRITTO DA GRAZIELLA BRUSA

ILLUSTRAZIONI DI DOMENICO LAGHEZZA

Memoir dal francese significa semplicemente Memoria, ricordo.

La scrittura “del ricordo” , come la chiamo io, è un vero genere letterario che trova, sempre più, nuovi lettori.

Questo tipo di scrittura raccoglie i ricordi di uno o più protagonisti pertanto è basata su fatti effettivamente accaduti. Prende in considerazione solo una parte della vita o uno specifico punto di vista legato soprattutto alla verità emotiva che si vuole descrivere e lasciare come una traccia ai posteri.

In molti casi la memoria può essere un espediente narrativo adottato dallo scrittore per dare forma e struttura ad un’opera letteraria totalmente inventata.

Il memoir può essere scambiato per una biografia o un autobiografia.

Ma non lo è!

Le biografie devono ricostruire tutti i fatti, rispettare il loro tempo, devono essere documentate con le modalità di una ricerca storica accurata.

Le memorie partono da eventi che hanno suscitato emozioni, e per essere così vive devono essere state forti.

Devi andare in profondità, all’interno dei fatti reali e di quello che hanno lasciato nel tuo cervello emotivo, non razionale, bada bene.

Quest’ultimo deve essere uno strumento per filtrare, chiarire e comprendere da dove viene il dolore, la gioia, la tristezza, la nostalgia, la paura…etc.

Legata ad un preciso riecheggiamento.

Il ricordo è come un eco che proviene da qualche luogo all’interno di noi e risuona di più in certi momenti, quando qualcosa come un profumo, un colore, un luogo lo rispecchia e lo rimanda a noi.

Non mi dire che non lo hai mai sperimentato?

Di solito le biografie riguardano le vite di illustri personaggi.

Ne ho lette parecchie, ad esempio, subito dopo un viaggio in Inghilterra lessi una biografia di Elisabetta I e poi, immediatamente, quella di Maria Stuarda. Volevo capire chi erano e come pensavano, visto che ero stata nelle loro case e sentito le spiegazioni dei vari accompagnatori ai tour organizzati.

Tuttavia non erano donne “normali”.

Ebbene quando mi trovo in un luogo nel quale è successo qualcosa, anche di tragico, scaturisce in me la voglia di leggere sia la versione ufficiale, ma anche di fare delle ricerche su quello che è più nascosto, legato alle emozioni umane, a ricordi, tracce di eventi, aneddoti che siano più personali.

Chi erano queste persone? Ci sono degli indizi, qui, che possono rimandarmi le loro memorie, intese come descritte prima?

Anni fa suscitava in me grande fascino, la vita di un’altra donna: Adelaide di Susa.

Vissuta nel Medioevo, di fatto una signora potente che governava la marca di Torino ed aveva case e possedimenti proprio in Valle Susa, dove abito io. Tanto di lei rimane nelle strutture, quanto non si conosce la sua personalità. Ne hanno scritto in molti, ma mi pare di ricordare che non si sia mai trovata la sua tomba.

A parte queste mie divagazioni personali le memorie sono stimolanti anche quando i personaggi sono privi di interesse storico, analfabeti, appartenenti a classi sociali umili, ma che sono vissute sullo sfondo di eventi storici. Testimoni del loro tempo, in grado di raccontare un’epoca, da un punto di vista emotivo. Ricordando quelle esperienze che sono successe loro.

Ogni persona che ha vissuto può essere un testimonial, nel senso più moderno del termine.

I nonni, per esempio.

Io passavo ore ad interrogare mia nonna sulle storie dei soldati tedeschi che si erano fermati per giorni nella nostra casa o sulla maestra che avevano “linciato” i partigiani, appendendola per le gambe nel nostro cortile.

Più volte me le raccontava e non si rifiutò mai: voleva comunicarmi un messaggio, un insegnamento.

Ero affascinata da queste storie assolutamente vere e pensavo alla mia povera nonna che affrontò tutto questo sola. Infatti era una donna temprata, dura a volte, pragmatica.

Certo , non è così semplice scrivere un memoir.

Sì, ci sono i ricordi della persona, magari ci sono anche documenti personali, oggetti, abiti e qualsiasi altro cimelio che ci possa aiutare, ma ricostruire una storia, seppur vera, però narrata con un preciso punto di vista richiede mestiere poiché il patto con il lettore deve essere mantenuto, pertanto l’esposizione deve essere assolutamente naturale.

Nella storia le descrizioni dei fatti, delle riflessioni e delle scene devono essere concatenate in modo da far percepire al lettore le emozioni che dominano il personaggio ricostruite attraverso i suoi ricordi ed il messaggio deve avere un valore per tutti.

I ricordi di un’ unica persona utilizzati come frammenti ed incollati alla pagina da una scrittura che disegna un quadro, al cui centro viene raffigurata la testimonianza dell’umanità intera.

Memorie del dramma della schiavitù

In ogni buon romanzo o racconto il finale è importante, così come l’inizio; per una biografia occorrerà trovare il punto giusto della vita della persona di cui si narra, per un memoir è più difficile.

Siccome la strutturazione è più libera e si può spaziare descrivendo il passato così come il futuro, il finale può non essere una conclusione vera e propria.

C’è sempre un riverbero interno stimolato dalla sequenza dei fatti-ricordi che è il filo conduttore e non può essere perso di vista.

Il percorso del protagonista equivale ad un suo sviluppo psicologico, morale e spirituale.

Il romanzo che ho pubblicato “I fantasmi di Apollonia Birot” appartiene a questo genere letterario.

Come ho fatto a capire il senso della testimonianza di Apollonia, così come degli oggetti, che sono stati veri documenti storici?

Prima di tutto ho elencato la sequenza degli eventi storici, poi ho ripercorso il vissuto dei personaggi così come si fa con una biografia, ho letto le lettere personali, i documenti ufficiali.

Il tutto come se fosse una ricerca storica.

Poi, tutta l’ordinata struttura da ricercatrice che mi ero data è stata sconquassata come se fosse stata colpita da un uragano.

La furia del vento mi ha fatto trovare il senso.

Il senso del mio romanzo è riassunto in questo paragrafo:

La ricerca della felicità, la ricerca di uno scopo, la realizzazione di un’impresa, qualsiasi impresa essa sia che possa dare un senso e un’identità, un sacrificio, lo studio, un sogno irrealizzabile, un lavoro che non ha mai fine, una vocazione, un assolvimento di un dovere, il rispetto per l’onore e le tradizioni, la ricchezza e la rispettabilità. Assomigliano a spinte maligne instillate per portarci di corsa verso la nostra rovina, ma noi siamo in viaggio come le stelle, eternamente.”

Questa è la morale di Apollonia.

Alla fine per questa donna c’è un punto di non ritorno; scompare da questa dimensione. La fine che facciamo tutti, no?

Questo tipo di scrittura più di ogni altro genere è una manifestazione di noi stessi.

È una scrittura espressiva, ma talvolta anche riparativa.

Ciò che non è mai stato detto viene a galla e si fa avanti l’occasione per elaborarlo.

Di fatto, per la famiglia Birot, quello che non viene detto, rappresenta la maggior colpa e determina le loro pene.

Hanno vissuto senza affrontare il proprio dolore, per sopravvivere.

Invano.

Quando invece si scrive dobbiamo raccontare in modo chiaro sia i fatti che le nostre riflessioni, visto che stiamo comunicando con i lettori e desideriamo che loro capiscano il messaggio.

Attraverso questo processo chiariamo a noi tutto il non detto. In questo modo ho aiutato Apollonia.

Dando forma e struttura alle emozioni ed a quello che non aveva avuto suono.

Dall’eco dei ricordi in noi, con la scrittura, rendiamo visibili i nostri blocchi emotivi ed acquistiamo il potere sul nostro vissuto.

E’ un esercizio che sicuramente abbiamo utilizzato almeno una volta nella vita.

Tu lo hai fatto?

Mi ricordo che da adolescente, oltre a leggere molti libri, scrivevo diari. L’adolescenza non è un bel periodo e cercando di capire chi ero, scrivevo dei miei desideri e degli eventi che mi capitavano durante le giornate.

Mettevo ordine e riflettevo cercando un distacco dalle mie emozioni.

I Birot facevano nello stesso modo.

Attraverso la scrittura si confessavano.

La scrittura è uno strumento che possiamo benissimo utilizzare per esplorare noi stessi, perché le parole definiscono e ci rendono più autentici e consapevoli.

In un’epoca come la nostra in cui l’email, gli sms scandiscono la nostra vita, i nostri amori, le nostre perdite ed anche i trionfi e le gioie, forse c’è bisogno di ricordi, di una scrittura lenta e riflessiva che descriva le emozioni.

Invece dell’emoj o degli acronimi sentimentali non sarebbe il caso di soffermarsi facendo della scrittura, prima di tutto, un attrezzo che ci conduce per mano quotidianamente.

Un’idea, che mette insieme la tecnica del memoir e la vita moderna diciamo, mi si è cristalizzata in testa durante questo periodo, (camminando visto che non ci si poteva spostare più di tanto).

La rubrica sul blog @levitedeglialtri raccoglierà tante storie che saranno memoir su persone che nella loro vita “creano”.

La prima storia la pubblicherò tra poco comunque non voglio anticipare e spero di incuriosirti.

Hai mai tenuto un diario?

Ti hanno mai interessato i racconti dei tuoi nonni o di qualche particolare persona?

Se vuoi scrivimi in privato.

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