Di luce e d’ombra

di Graziella Brusa

Illustrazione di Domenico Laghezza

Mi ero messa in testa di modificare un gioiello di famiglia; era passato di moda, apparteneva ad un altro tempo ed era stato indossato da mia madre.

Volevo rendere la collana che mi stavo rigirando tra le mani  irriconoscibile, qualcosa che riguardasse solo me.

Una delle tante fissazioni che talvolta mi assalivano e sapevo che se quel monile non fosse stato al più presto trasformato ne sarebbe valsa la mia salute. 

Quando mi mettevo in testa di fare una determinata cosa non c’era verso, il mio cervello non mi permetteva  distrazioni.

L’artigiano orafo al quale mi ero rivolta, da sempre, aveva chiuso la bottega; lo scoprii quando girovagando per le strade di Torino mi ritrovai, senza volerlo, davanti alla sua saracinesca totalmente serrata.

Era uno di quei giorni di lockdown di terza ondata pandemica e per le strade non girava anima viva. 

Non ricordo più in che colore-zona eravamo, forse giallo, arancione o rossa. Comunque erano giorni pieni di solitudine, resi ancora più tristi dal clima gelido del Piemonte.

Mi dissi: <ecco un’altra morte> .

La serranda abbassata sembrava il coperchio di una bara, senza nessuna corona di fiori ad accompagnarla.

Rimasi delusa e forse avrei dovuto interpretarlo come un segno.

Lasciai perdere per un po’, l’atmosfera intorno era lugubre.  

Il contagio imperversava, almeno secondo i bollettini di guerra che ogni sera la Televisione di Stato declamava con grande enfasi.

Qualche tempo dopo passeggiando per le vie del “Centro” ebbi una folgorazione; infatti andando a zonzo  senza scopo e senza meta, in via San Francesco da Paola, 38H, angolo via Mazzini,  una piccolissima bottega da orafo mi apparve davanti agli occhi come una visione.

Difficile da notare, in mezzo  ad altre botteghe più scintillanti. Poi, proprio ad un crocevia, luogo di incontro di più vie, di più scelte.

Sono sempre stata attratta dai segni, dai simboli e dalle casualità. 

Sbirciai dentro.

Sì era un orafo, ma differente dagli altri,  tutti illuminati; meritava uno sguardo.

In vetrina erano esposti pochi gioielli, con colori scuri, e un qualcosa che a tratti luccicava, ma sembrava più ad un miraggio di luce invernale.

Presi coraggio e suonai: che persona poteva essere il proprietario di questa officina?

Poiché la piccola vetrina dava la sensazione che al di là della cortina di tende pesanti che divideva due ambienti ci fosse una qualche forgia con la quale si effettuassero lavorazioni meccaniche e metallurgiche con draghi sputa-fuoco ad alimentarla.

Ero curiosa, a Torino, talvolta si incontrano persone singolari; sebbene la città appare agli sconosciuti sobria ed elegante,  sotto la cortina cela una vena misteriosa e romantica.

Come si dice: <meglio non fidarsi delle apparenze!>

Mi venne incontro, in questa piccola stanza che costituiva l’ambiente unico di accoglienza dei clienti, una giovane e misurata ragazza, vestita con colori scuri.

Mi domandò cosa volessi in tono garbato e mi disse di sedere su uno sgabello giallo senza schienale posto davanti ad un minuscolo tavolino sul quale gravitava un brutto plexiglass-barriera molto di moda in questo periodo.

Sopra il tavolino faceva capolino una lampada che protendeva dal soffitto e ravvivava con la sua luce gialla il set.  Ai lati della stanza, dalla forma quadrata della serie,   tre metri per tre metri, erano poste  delle nicchie particolari tapezzate da una moquette color marrone, dentro le quali alcuni gioielli erano esposti. Non molti in verità. I gioielli erano di un colore rossastro scuro, mi ricordavano il ferro più che l’oro.

Interno della cabina del Doctor WHO

Una piccola parete posta vicina alla postazione di quella che pensavo una reception era piastrellata con ceramica verde scuro. Un dettaglio strano in un negozio simile, pensai.

Sembrava di essere entrata in una cabina spaziale e che da lì a poco avrei incontrato lo stravagante  Doctor Who con le sue idee brillanti. 

Con il senno di poi, devo dire che così fu.

Comparve lui, Gian Luca Guarneri.

Si proiettò  dal retro, altrettanto piccolo come il davanti; scostando il tendaggio intravidi quello che avevo  immaginato: una fucina con alcune persone in grembiule bianco chine sul tavolo di lavoro intente a plasmare il metallo.

Anche Lui si presentò con la divisa.

Non mi ero sbagliata.

Gian Luca è un uomo sul metro e settantacinque, magro, biondo scuro,  con gli occhi verdi e una carnagione chiara. Una voce argentina e una gentilezza da gentiluomo d’altri tempi.

Me lo immaginai subito come un piemontese del Risorgimento simile al generale Alfonso Ferrero della Marmora del quale, prima di giungere al traguardo,  avevo ammirato il monumento eretto in Piazza Bodoni, un luogo distante solo un isolato: “divisa militare, mantello , il capo calzato di feluca”  e nel nostro caso con una mascherina ffp2 che nasconde metà del viso.

Mi viene incontro con gli occhi sorridenti e mi chiede in che cosa può essermi utile.

Strano che in questo periodo possiamo osservare solo gli occhi delle persone; proprio quelli che vengono definiti “lo specchio dell’anima”.

Gli mostro subito la collana, la guarda, se la rigira e mi dice che si può modificare totalmente. Prendiamo un appuntamento per un altro incontro; Gian Luca svilupperà delle idee, delle forme così diverse da  cambiare lo stato delle cose.

Intanto avrei dovuto attendere, con pazienza.

La pazienza è una virtù che poco mi s’addice; voglio saperne di più.

Gian Luca ha quaranta anni tondi, non ha figli, ma possiede due cani, di razza bulldog francese, una razza che ama il proprio padrone tanto da diventarne quasi “l’ombra”.  Mi indica i cani che sono addormentati nelle loro rispettive cucce al di là dei tendaggi, nel luogo delle lavorazioni “ferro e fuoco”. Non li avevo notati tanto erano in tono con l’ambiente.

Ha fatto il liceo artistico a Piacenza; gli piace scolpire, lavorare la creta, disegnare, insomma usare le mani. Finito il liceo, nonostante questo ciclo di studi così specifico, non sa decidersi cosa fare da grande. L’Accademia no. E nemmeno Architettura: un ciclo di studi lungo e troppo sofistico, astratto. Vuole qualcosa da toccare subito con le sue mani, da maneggiare immediatamente. Un’arte da imparare velocemente che raccoglie le sue attitudini, ma non sa quale. La confusione viene in parte  dissipata quando si imbatte in un corso annuale di Tecnologie Orafe. Si iscrive per non perdere tempo e per tenersi occupato senza nessuna ambizione essendo precipitato nell’oscurità, nella indecisione.

La rivelazione avviene sul banco dell’officina per l’appunto. La passione riaccende la luce che rischiara la sua mente e lo porta ad essere il migliore del corso. Prima del tempo gli viene proposto uno stage e poi assunto. <Pensare che nessuno in famiglia era un creativo, solo mio padre perseguiva, per diletto,  la musica…>  mi dice con gli occhi allargati dallo stupore.

Non ci crede nemmeno lui! E continua <mia madre lavorava presso un’agenzia di assicurazioni; una donna con i piedi ben saldi a terra>.

Continua a chiosare: <Avevo vent’anni e mi sono innamorato dell’oro, della sua parte liscia e plasmabile, che io non lascio mai così sola a se stessa, ma l’abbino al grezzo, allo scuro, al primitivo. Non c’è luce senza ombra. Nella vita il contrasto, la sfida, la lotta è una costante così come nelle mie sculture di metallo. La materia cambia stato da solido a liquido poi ritorna solida. Morbido e duro, chiaro e scuro, luminoso e opaco, malleabile e rigido. I contrasti danno risultati migliori dell’uniformità>.

Anello-Scultura in oro

Rimango colpita, adesso mi aspetto di viaggiare nel tempo e nello spazio  in questa navicella oppure di  entrare in un vulcano ed incontrare Efesto, il dio del fuoco greco, delle fucine, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia.

Oramai non lo ferma più nessuno ed in questa ora “la più buia” del Mondo intero, Gian Luca  mi illumina sulle vie che si possono prendere per forgiare un oggetto di metallo prezioso.

<Ci sono due vie per forgiare il metallo. La tecnica più antica lo trasforma in lastre e fili e poi lo si modella con fuoco e la forza bruta attraverso la battitura, la limatura, la trafilatura; l’altra più delicata utilizza la cera per creare la forma ricercata. Essa viene inglobata in un cilindro di scagliola con un canale di scolo ed il tutto viene inserito in un forno e fatto fondere a 1.000-1.200 gradi. Si gira il cilindro e viene colato l’oro, l’argento, il rame. Da un blocco di cera morbida, pastosa si crea, così, l’oggetto. Mi piace il metallo perché è prezioso, l’oro prima di tutti. Sono attirato dal valore intrinseco della materia accompagnato dalle pietre con i loro colori, con la loro luce originaria. Frutto della terra quando tutto era magma, buio, scuro, appannato sino ad arrivare a noi luminoso, brillante, liscio.>

Mi piace osservarlo quando mi descrive le tecniche; è professionale, ma nello stesso tempo animato dalla passione della creazione. Gli occhi verdi luccicano come opali. 

L’opale è una gemma fascinosa, magica e misteriosa; il termine opale pare che derivi dal greco “opallios” che significa “vedere un cambiamento” e si credeva che attraverso di esso si potesse prevedere il futuro. È anche simbolo di magia occulta associato a passioni segrete ed emozioni tormentate. Chissà cosa mi cela Gian Luca, in fondo siamo a Torino, città notoriamente profusa di magia e siamo proprio  nel centro storico.

È sempre un’emozione conoscere una persona.

< la cera mi dà più possibilità, con essa si può fare quello che si vuole. Si cambia la materia>

continua Gian Luca, inconsapevole del mio sguardo che va al di là delle sue parole e si concentra su tutto il corpo, osservando l’anima sua che sta alla materia come il metallo fuso sta al suo involucro di cera.

< la serie di oggetti che creavo anni fa sono stati abbandonati; non so se ho un filo conduttore che seguo quando creo. Vedo una forma, dei colori, penso agli abbinamenti, spesso senza schema, senza un disegno. Lo eseguo con le mani.>

Allora fisso le  sue mani e le dita che agita, ma non troppo, come se per le cose che di solito manipola occorresse un piccolo tocco preciso e gentile. Movimenti svelti e delicati. Infatti, egli  non ha, di fatto, mani grandi, le dita sono sottili e lunghe. Le unghie tagliate corte ed i polpastrelli un po’ usurati. 

Penso al freddo e al duro del metallo e al caldo della fusione che incrina la carne del creatore.

Contrasti.

Continua, calmo: < L’argento, più grezzo, è la parte scura che dà volume e l’oro è sempre la parte lucida più lavorata. Yin e Yang. Il contrasto può essere dato anche dalle pietre. Il colore scintillante delle pietre con il contrasto del metallo bruno e non raffinato.>

Si ferma un momento a pensare su quello che ha appena detto; sembra avere un’illuminazione.

<Il mio unico segno distintivo è quello di non fare cose classiche. Magari uso un’incastonatura classica congiunta con una pietra o una materia o una lavorazione che sia totalmente discordante>.

Mentre lui continua a descrivere gli oggetti della sua personale arte, io osservo il minuscolo spazio in cui mi trovo e sono distratta dalle persone che bussano alla sua porta.

Gian Luca dà ordini attenti e puntuali e subito qualcuno dei suoi discepoli scatta alzando il pesante tendaggio per servire il cliente. Efficacia ed efficienza, solo i cani sono imperturbabili come statue di porcellana. A turno, con i loro grandi occhi, mi fissano interrogativi, ma poi subito abbassano il capo noncuranti. Sorvegliano Gian Luca; il padrone è ancora lì, seduto dall’altra parte del plexiglass e non sembra dare dei segni di allarme. Tutto a posto, si può continuare a riposare.

Il laboratorio  di Gian Luca si chiama  Cocomama Gold; oltre allo sviluppo di monili esclusivi  richiesti da privati, la sua equipe fornisce anche l’assistenza per la riparazione ad altre oreficerie oppure sempre a gente comune. Alcuni dei suoi clienti sono uomini che si rivolgono a lui per regali originali alla propria donna, ma anche per se stessi.

< L’uomo osa poco, è più inibito, ma alcuni,  a quelli che piace il lusso e gli oggetti sofisticati, quelli sì, si rivolgono a me per i miei design particolari: moderni ed aggressivi.>

L’ atmosfera si fa man mano più  rilassata e passiamo a darci del tu.

Inizia a farsi sera, le ombre si allungano sulla vetrina e noi continuiamo a conversare sotto i riflettori, seduti sugli  sgabelli gialli, divisi da doppia barriera. Assomiglia alla scena del quadro di Edward Hopper, “I nottambuli”.

Solo che al posto del bar c’è un piccolo etereo salottino, proprio al centro spostato verso la vetrina; un uomo in divisa ed una donna conversano. Si spostano sul loro scanno non troppo comodo e gesticolano con garbo. 

C’è una curiosità sul quadro di Hopper: l’autore era solito prendere appunti su un quadernino, schizzava il disegno di quello che voleva dipingere corredato da una grande quantità di dettagli. Aveva una moglie di nome Josephine che lo aiutava ideando ed aggiungendo particolari per le scene pittoriche del marito, addirittura scrivendo la sceneggiatura delle scene. Dalle lettere di Josephine alla sorella si viene a sapere che lei  ha posato per la ragazza raffigurata ne “I nottambuli” ed ha scelto , lei stessa, di chiamarlo così.  

Che titolo potremmo dare alla nostra scena?  “Vetrina con vista”?

Avrà Gian Luca una sua  “Josephine”?

Passiamo al privato.

<Nella vita privata, in questo momento, pratico il crossfit, ma, in passato ho giocato a pallacanestro, ho fatto jogging, sono un nuotatore provetto.  Tranne qualche periodo che il lavoro non me lo permetteva, perché dovevo viaggiare e sono stati anni brutti. Non hai quella valvola di sfogo, capisci. Con il crossfit hai la possibilità di confrontarti con gli altri, metterti in gioco, cercare di aumentare le tue performance, ad arrivare al livello di quello migliore di te. A me piace imparare  e lottare. Sono competitivo: mi piace fare cose nuove, anche stravolgere tutto  quello che ho costruito e buttarmi a capofitto in un’ impresa totalmente diversa da qualsiasi cosa fatta in passato. È un modo per sentirmi vivo.  Oltre allo sport ho i miei due cani. Vengo qui alla domenica o il lunedì a forgiare le mie opere, tutto questo per me è puro svago. Sono arrivato all’apice della mia vita o almeno in questo momento mi sento bene, mi sento forte. Con le brutte esperienze alle spalle. Sai, ci sono state anche quelle,  che mi hanno temprato come una lavorazione sul metallo. >

Io sono in attesa che arrivi al punto, ma sembra non averne voglia. Insisto: <...ma l’amore esiste nella tua vita?>

Un po’ titubante, ma rientra nel carattere piemontese, esordisce : < …si certo, convivo con una ragazza> e subito si zittisce, quindi comprendo che la ragazza in questione, la sua “Josephine” sta di là, nella fucina operativa.

Pausa.

Come se ci fosse stato un segno una giovane ragazza mora,  si avvicina e ci chiede se vogliamo un caffè. La squadro anche se ora non ne ricorderei il volto, ma che dico,  era interamente coperto da mascherina. Impossibile da osservare.

Di una cosa sono sicura, era Lei! 

La “Josephine” di Gian Luca.

Bevo il caffè,  guardando i pochi viandanti di Via San Francesco da Paola chiedo a Gian Luca: < ti prego, prima modifica questa collana perché proprio non la posso più vedere con questa foggia, rischio di non indossarla; poi, puoi andare dove vuoi!>  e penso: magari come il Doctor Who sta preparando un viaggio nell’iperspazio, nel passato o nel futuro.

<Stai tranquilla, non lascio lavori in sospeso. Per il mio nuovo progetto ci vuole tempo, organizzazione e soprattutto informazioni.> ribatte sorridendo con gli occhi, perché la bocca continua ad essere nascosta.

Di nuovo, l’ha fatto di nuovo. Mi ha incuriosita e non posso esentarlo da una domanda molto privata.

<Ma che diavolo vuoi fare? Aprire una bottega “da drago” su Marte, il pianeta di fuoco?>

Ride ancora, con gli occhi che si fanno a fessura:< Voglio andare più vicino. In America! Bada non in un posto qualsiasi in America, ma in un posto caldo. La Florida, per esempio. Solo che non conosciamo bene l’inglese, io e la mia compagna, e le leggi o come funziona il mercato. Magari non farò l’orafo. Non lo so. Ma mi piacerebbe vivere qualcosa daccapo>

Mi guarda, non so se attende un mio incoraggiamento, dopo aver ascoltato questa intima rivelazione.

Sto zitta, lo guardo con gli occhi sbarrati;  me lo vedo che scende dall’aereo  ad Orlando, con il naso all’insù, annusando l’aria e guardando il cielo, con la sua ragazza per mano. Prendono un taxi che li porta in Hotel, per il momento. Una breve pausa per riprendersi dal fuso e poi con un’auto a noleggio sfrecciano sulla costa verso Palm Spring, Fort Lauderdale, Miami. Verso il sole del Golfo di Biscayne.

A cercare l’oro.

Una nuova vita di luce e d’ombra, da poterla vivere giocando le proprie carte, fino all’ultimo respiro. 

Mentre penso a tutto ciò con un’aria assolutamente inebetita lui è intento a disegnare e mi mette sotto il naso alcuni schizzi di forme pensate, lì per lì, per la mia collana e continua imperterrito ad abbozzare con mano svelta, preso dalla foga creativa.

I disegni di Gianluca

Prepara anche uno schizzo per eventuali orecchini che potrebbero poter nascere dal disfacimento e riassestamento del vecchio girocollo di mia madre. 
Gian Luca, immediatamente “ha visto il cambiamento”,  con i suoi occhi cangianti come l’opale ed io, come sempre, sono impaziente di indossarlo.

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