Perché partecipare ai contest letterari?

Scritto da Graziella Brusa

Illustrazioni di Domenico Laghezza

Secondo te è utile partecipare a contest o concorsi letterari?

Ce ne sono tanti in giro sulla rete, ma non tutti i concorsi/contest letterari sono uguali.

Il posizionamento in qualche classifica non fa di te uno scrittore o, meglio ancora, non definisce la qualità della tua scrittura.

In Italia ce ne sono un’infinità di premi letterari, di riviste, di concorsi che fanno capo a case editrici, associazioni, ma che rilevanza letteraria hanno?

Non te lo sei mai chiesto?

Non ti sei mai chiesto se sono legati ad operazioni di editoria a pagamento?

Oppure chi c’è nella giuria o chi è mai la casa editrice?

Questi contest/concorsi non sempre hanno lo scopo di pubblicare e magari non è il premio ad essere importante, ma allora perchè partecipare?

Io non sono mai stata attirata dall’idea di partecipare a premi, concorsi letterari o contest perchè questo è il mio carattere, altre persone, invece, si tengono costantemente aggiornati su ogni concorso e pubblicano sui loro profili social tutte le menzioni in nomination o vinte.

Alcuni di questi sono davvero prestigiosi come il Premio letterario Italo Calvino dedicato a opera di narrativa inedite di autori esordienti oppure premi dedicati a soli libri editi come il Premio Bancarella ed il Premio Bancarellino riservati all’editoria per ragazzi tra gli 11 e i 13 anni, oppure ci sono contest letterari o tornei letterari, quello ad esempio promosso da il mio esordio oppure il torneo letterario Io scrittore.

Come forse ho già scritto in un altro post del blog mi sono iscritta alla mailing list di Immersioni letterarie che lancia, di tanto in tanto, anche contest letterari. Loro lo fanno soprattutto con uno scopo di marketing, visto che mettono in palio l’invio di libri gratuiti e sconti sulle loro attività didattiche, ma…

Sì c’è un ma.

Trovo che le motivazioni che hanno addotto a supporto del partecipare non sono del tutto buttate in aria, anzi, sono plausibilissime.

Un contest letterario dà tre spinte fondamentali alla scrittura: un tema, una scadenza, una lunghezza.

Rimedio contro la pagina bianca e quella folla di idee super creative che ti ronzano nella testa.

Queste ultime ti disorientano, ma con limiti imposti forse riesci a sederti e a scrivere.

Poi, come ulteriore premio, se rientri nei primi tre meritevoli ottieni la editazione e la discussione on line.

Una lezione di scrittura gratis, insomma.

Questo è il motivo per cui ho partecipato al loro contest “La vita invisibile”, per racconti con massimo 8000 battute spazi inclusi, a tema spiritualità, con una scadenza ragionevole.

Vi propogno il mio racconto, con il quale ho partecipato al torneo:

UNA GHIRLANDA DI STELLE ALPINE di Graziella Brusa

«Che giorno meraviglioso, pieno di luce e quanti bambini come me, finalmente non sono più sola», pensò Benedetta, tutta contenta, camminando mano nella mano con la sua mamma.

Vestiva un grembiule nero con un grande fiocco azzurro annodato sotto il colletto bianco fatto all’uncinetto. Opera della nonna Rosa. La grande cartella rossa non le pesava e saltellando allegramente avanzava verso la maestra che attendeva “i remigini”.

Era il primo giugno 1970 a Roccabruna, in Val Maira.

Salendo la scalinata della scuola, Benedetta si ricordò delle parole della nonna: «Questo sarà uno dei giorni più belli della tua vita!». Eppure Rosa glielo aveva detto con un’aria triste, con gli occhi lucidi. Si era persino rifiutata di accompagnarla alla porta di casa. Cosa strana, visto che loro due, sino a quel momento, erano state inseparabili. Questo fatto turbava non poco la bambina che si voltava spesso sperando di intravederla, anche se sapeva che la nonna non amava farsi vedere troppo in giro, ma che diamine! «Era il suo primo giorno di scuola poteva dargliela questa soddisfazione».

Rosa

Rosa, la chiamavano la “Masca”, certamente mai davanti a lei proferivano quel soprannome. Era bisbigliato per i viottoli angusti di quel paesino di montagna. Alcuni dicevano che sapeva “fare la fisica”, praticava la magia e conosceva i segreti della natura. Non c’era altra spiegazione se era sopravvissuta, lei sola, ad ogni genere di disgrazia. Magrissima, alta come una pertica, vestiva sempre di nero. Il lutto lo portava da quando era ancora giovane. Rimasta vedova si era rimboccata le maniche ed aveva allevato i tre figli da sola. Non era certo una gran chiacchierona, non frequentava la chiesa e tanto meno amava i sermoni del parroco che tentava di evangelizzare “quella selvaggia” ogni volta che la incontrava. Sta di fatto che non piaceva a nessun umano, tranne agli animali e alla natura che lei sapeva amare e domare, sul serio. Allevava pecore e capre e produceva le migliori tome di montagna mai assaggiate da quelle parti. Le vendeva direttamente e così, ogni sabato, armata di bastone, con la sporta sulle spalle, si incamminava, verso il paese per vendere le sue tome. A sera ritornava con la sporta vuota e il corsetto dell’abito pieno di soldi, che la facevano sembrare più in carne di quanto non era in realtà. Passava tra i vicoli con la testa china ricoperta dal solito fazzoletto nero guadagnando, passo verso passo, la strada di casa.

Senza badare a nessuno.

In questo angolo dell’universo la vita era semplice, i giorni ed i cicli erano sempre gli stessi ed il trascorrere del tempo si poteva osservare solo sui corpi e sui visi delle persone. Il resto era sempre stato così, da migliaia di anni.

Benedetta era l’unica gioia di Rosa.

La bambina adorava trascorrere i pomeriggi con la cara nonna che le raccontava storie spaventose e le Masche delle montagne erano di solito il soggetto preferito. Anche se aveva una paura del diavolo, Benedetta non rinunciava mai a quella della Masca che portava a spasso i pulcini, la più tremenda di tutte.

Quindi o pulendo i piselli o i fagioli o le castagne o spennando i polli, Rosa si metteva sulla sua sedia del comando, come la chiamava lei, ed iniziava a raccontare con voce greve:

«Una sera, mi ricordo il sole era svanito, stavo scendendo da un sentiero piuttosto ripido. Avevo finito il mio turno di lavoro di guardiana delle capre ed ero stata sostituita da mio fratello maggiore. A quei tempi , già lavoravo dal sorgere del sole sino al tramonto, nonostante tutto, mio padre non voleva che trascorressi la notte sola sulle cime. Il sentiero era illuminato dalla luna del plenilunio e pertanto vedevo bene dove mettevo i piedi. Quella sera, come una sciocca, mi ero attardata. Mi ero imbattuta in una radura piena di stelle alpine e ne avevo raccolte tante, così da farne una ghirlanda porta fortuna. Avevo l’intenzione di donarla a Madre Terra nel giorno del solstizio d’estate. L’inverno era stato parecchio freddo e la primavera aveva portato fiori e nuova erba, ma anche una pioggia continua ed io non ero riuscita a giocare con nessuno. Non ero uscita di casa se non per lavorare nei campi. Desideravo un’estate splendida piena di luce, odori, calore. Ebbene, mentre scendevo, in uno spiazzo noto come “il Bal dle Masche” incontrai una donna anziana che pascolava dei pulcini di tutti i colori. Lì per lì rimasi senza parole per lo spavento e lo stupore. Che ci faceva lì? La donna mi vide subito ed alzò lo sguardo nascosto sotto un grosso fazzoletto nero pece. Due occhi luccicanti da lupo mi scrutarono fino alle ossa. Mi venne in testa un’idea, mi avvicinai e posai lentamente la ghirlanda di stelle che avevo abbozzato ai piedi di quella signora. Ella mi prese il mento con delle dita lunghe e magre, mi frugò negli occhi e con un cenno del capo mi indicò di proseguire. Fu allora che, piano piano, mi allontanai e quando ci fu abbastanza distanza tra di noi corsi a perdifiato sino a casa. Ero sconvolta; non solo avevo avuto un incontro con una Masca, ma questa mi aveva anche toccato.

Terribile!

Con la paura di essere non solo picchiata, ma evitata da tutti mi rinchiusi in me stessa e non proferii parola con nessuno dell’accaduto. L’unica a conoscenza di questo segreto sei tu Benedetta.»

Benedetta, tutto orecchi e con gli occhi sgranati, ogni volta, alla fine della storia guardava la nonna con orgoglio. Aveva visto e toccato una Masca, “lei proprio la sua nonna!”. Le storie erano il loro legame segreto; nessun’ altro ne era a conoscenza, anche perché Rosa, minacciava la nipote sussurrandole che, nel caso non avesse mantenuto la promessa, avrebbe cessato, immediatamente, di raccontare.

Benedetta non si azzardava a sfidare quella donna così alla leggera.

I genitori, malgrado la amassero molto, non erano contenti che rimanesse in quella valle angusta e sperduta, desideravano un avvenire diverso per la loro unica figlia, considerata un miracolo dato che era nata in età avanzata, pertanto venne il giorno in cui Benedetta fu costretta a partire per la città.

Il giorno dell’abbandono, con la nonna, non si erano parlate tanto; Rosa si era dileguata nei boschi, come talvolta succedeva e Benedetta non ebbe modo di salutarla.

In verità preferiva così, non sapeva proprio cosa dirle … che forse non sarebbe tornata mai più?

Era una cosa tremenda da dire ad una donna anziana e stramba, ma l’unica che le era sempre rimasta vicino. L’aveva curata con le sue erbe quando stava male, le aveva dato da mangiare il latte delle sue capre, le aveva raccontato i suoi segreti e lei in quel momento la stava tradendo.

Si sentiva una vigliacca.

Hai piacere che ti racconti una storia? La storia è bella! Vuoi? la solita litania di Rosa che si ricordava più di esse che delle preghiere, ma niente Benedetta partì, comunque, in cerca del suo destino. Trascorsero gli anni. Molti davvero; la nonna morì e Benedetta non volle ritornare per partecipare al funerale. Pianse tutta la notte per il rimorso e la vergogna di non aver più parlato con Rosa.

Ma poi perché si era comportata così?

Altro tempo trascorse; giorni, mesi, anni cos’erano per la Terra.

Un giorno di giugno, caldo e afoso, come d’abitudine in Piemonte, Benedetta si trovava al lavoro, seduta alla sua scrivania quando percepì una voce dentro la sua testa che la chiamava.

Controllò il cellulare, controllò il telefono fisso, si voltò in giro per la stanza, andò in corridoio, ma la voce continuava a dire il suo nome.

«Qualcuno mi ha chiamato?» chiese Benedetta sporgendosi nelle stanze vicine.

Le rispose un coro di no.

Il richiamo si faceva sempre più forte, sempre più pressante.

Non poteva più procrastinare.

Di corsa raggiunge la stazione degli autobus e prese il primo che la portava al Paese.

All’imbrunire raggiunse la tomba nel minuscolo cimitero di montagna dove era sepolta la nonna e, sotto la luce della luna piena, vide al posto del vaso di fiori che giaceva su di un lato rovesciato, la luce bianca di una vellutata ghirlanda di stelle alpine.

Rosa, finalmente, poteva riposare.

E tu come avresti interpretato il contest?

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